Il Miracolo

Si può avere cura di persone, di animali, di cose per noi significative, dell’ambiente in cui viviamo e persino di pensieri, di idee, di ricordi che non tocchiamo e non vediamo… perché l’atto del curare è tutto nel potere e sotto il controllo di chi cura, di chi decide di prendersi cura e non dipende affatto dall’oggetto della cura.

Certamente l’oggetto della cura potrebbe sottrarsi fisicamente alla cura stessa, se si tratta di un essere umano o altro vivente; potrebbe essere, comunque, distrutto o svanire, nel caso di cose o pensieri…; ma la cura, in quanto atto libero dello Spirito, non ne è condizionata, insiste imperterrita come attesa, attenzione, premura o anche solo come speranza. E ci fa sperimentare un anelito di eternità, mettendoci in contatto con la parte più profonda del nostro essere, che è, per l’appunto, Spirito libero e incondizionato.

Mi capita spesso di accompagnare una mia zia ultraottantenne a visitare il marito Giuseppe ammalato e ricoverato in un centro di cura per anziani. Proprio questa mattina l’ho riaccompagnata e, lungo il tragitto per raggiungerlo, mi ha raccontato – con un velo di tristezza malcelato – che ieri suo marito non l’aveva riconosciuta; non solo: con tono brusco le aveva risposto stizzito al saluto, invitandola ad andarsene via. Ma lei era rimasta e aveva continuato la visita fino alla fine.

Questa mattina, nel mentre eravamo in attesa, ho notato che mia zia si era leggermente allontanata dal tavolo che avevamo occupato per avere il colloquio e si era messa con le mani in atteggiamento di preghiera.

Sbucando arzillo da un buio corridoio e in compagnia di una infermiera, Giuseppe si era fatto subito prendere per mano da mia zia e insieme come due fidanzatini mi sono venuti incontro: lui mi ha riconosciuto, mi ha chiamato per nome e mi ha abbracciato forte e a lungo.

Ci siamo poi messi a sedere e mia zia ha tirato fuori da una borsetta, come per incanto, un dolce alla crema e una bottiglia di tè per Giuseppe, che li ha, rispettivamente, divorato e bevuta come avrebbe fatto un bambino affamato.

In quel momento ho capito: ci sono cose che non muoiono e di cui siamo capaci noi esseri umani che, eppure, siamo mortali: non ci sarà stato d’animo o malattia di Giuseppe (zio Peppino, come l’ho sempre chiamato) che potrà neppure scalfire la cura che la moglie ha per lui. Quella cura miracolosa che alimenta quotidianamente lui nella malattia e, allo stesso tempo, dà ogni giorno la forza a lei di sperare di essere riconosciuta.

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